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Dott. Adriano Aiello

«il Nutrizianalista»
Analisi

Lo sapevi che una persona sana su venti risulta «fuori range»? — come nascono davvero i valori di riferimento

13 agosto 2026

Ferritina 18. Nel referto è in grassetto, con una freccina verso il basso, perché l'intervallo comincia da 20.

Quel grassetto fa un certo effetto. Sembra un verdetto.

Prima di decidere cosa significhi, però, vale la pena sapere da dove viene quel «20». Perché quasi tutti danno per scontato che gli intervalli di riferimento siano una specie di confine tra la salute e la malattia. Non lo sono. Non ci vanno nemmeno vicino.

Come si costruisce un intervallo di riferimento

Si parte da un gruppo di persone considerate sane. Si misura in tutte lo stesso valore. Si guarda come si distribuiscono i risultati. E poi si taglia: si tiene la fascia centrale che contiene il 95 per cento di loro, e si lasciano fuori le due code — il 2,5 per cento più basso e il 2,5 per cento più alto.

Quella fascia centrale diventa l'intervallo che trovi stampato accanto al tuo risultato.

Rileggi la frase, perché contiene una conseguenza che quasi nessuno si aspetta: il cinque per cento delle persone sane, per costruzione, sta fuori dall'intervallo. Non perché abbia qualcosa. Perché l'intervallo è stato disegnato lasciando fuori le code.

Una persona sana su venti. Per definizione.

E se gli esami sono venti?

Qui la faccenda diventa istruttiva. Se ogni singolo esame ha circa il cinque per cento di probabilità di risultare fuori in una persona perfettamente sana, e di esami ne fai venti, la probabilità che almeno uno risulti segnalato non è cinque per cento: è circa il sessanta.

Detto altrimenti: prendi una persona in ottima salute, falle un pannello ampio di esami, ed è più probabile che qualcosa risulti in grassetto che il contrario.

Non è un difetto del laboratorio. È aritmetica. Ed è il motivo per cui un valore leggermente fuori, isolato, in una persona che sta bene, quasi sempre non è una notizia — è statistica.

Il secondo malinteso: «normale» non vuol dire «ottimale»

L'intervallo descrive come sono fatte le persone di quella popolazione, non come sarebbe meglio essere. Se la popolazione di riferimento è mediamente sedentaria, mediamente stressata e mangia mediamente come mangiamo tutti, l'intervallo fotografa anche quello.

C'è una differenza tra «rientri in quello che fa la maggioranza» e «stai come dovresti stare». Sono due domande diverse, e il referto risponde solo alla prima.

Il terzo: l'intervallo appartiene al laboratorio, non al valore

Gli intervalli dipendono dal metodo e dallo strumento usati. Per questo due laboratori possono avere intervalli leggermente diversi per lo stesso esame — ed è anche il motivo per cui confrontare a occhio un referto di oggi con uno di dieci anni fa, fatto altrove, può portare fuori strada.

Il numero da solo non basta: va sempre letto accanto al suo intervallo, quello stampato su quel referto.

Cosa guardo io, quando posso

La cosa più utile non è quasi mai la posizione dentro l'intervallo. È il movimento.

Un valore che era 4,2 un anno fa e oggi è 5,8 può essere «normale» in entrambi i casi, e nel frattempo è successo qualcosa. Un altro che è sempre stato appena sotto la soglia, uguale a sé stesso per anni, molto probabilmente è semplicemente il tuo.

Il confronto più informativo che esista, per la maggior parte dei valori, non è con la popolazione. È con te di prima.

Quindi

Quel grassetto sul referto non è un verdetto. È un invito a guardare meglio: quanto è fuori, da quanto tempo, insieme a quali altri valori, in una persona che sta come stai tu.

E per rispondere a queste domande serve qualcuno che abbia sotto gli occhi tutto il quadro, non solo la riga in grassetto.

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Dott. Adriano Aiello — «il Nutrizianalista» · Biologo Nutrizionista e Analisi Cliniche