Lo sapevi che esiste un alimento giapponese che contiene più vitamina K2 di qualsiasi altro?
La colazione tradizionale giapponese può comprendere il natto, ottenuto dalla fermentazione della soia a opera del Bacillus subtilis, dalla consistenza filamentosa e dall'odore particolarmente intenso. Non incontra il gusto di tutti, nemmeno in Giappone, dove viene consumato spesso per consuetudine familiare più che per apprezzamento gastronomico.
Dal punto di vista nutrizionale possiede però una caratteristica che lo colloca fuori scala, poiché rappresenta la fonte alimentare più concentrata di vitamina K2 nella forma menachinone-7.
Le due famiglie della vitamina K
Conosciamo la vitamina K per il suo ruolo nella coagulazione, ma la molecola esiste in due gruppi distinti. La vitamina K1, o fillochinone, abbonda nelle verdure a foglia verde. La vitamina K2, o menachinone, si trova prevalentemente negli alimenti fermentati e in alcuni prodotti di origine animale.
Alla K2 viene attribuito un compito che la ricerca sta approfondendo con interesse crescente. Attiva l'osteocalcina e la matrix Gla protein, due proteine che regolano la destinazione del calcio nell'organismo, favorendone il deposito nel tessuto osseo e limitandone l'accumulo nelle pareti arteriose.
Ne deriva un concetto che merita attenzione. Assumere calcio non basta, poiché serve che l'organismo disponga dei sistemi per collocarlo correttamente. La vitamina D ne favorisce l'assorbimento intestinale mentre la K2 partecipa a indirizzarlo.
La forma MK-7 presenta inoltre un'emivita prolungata e rimane in circolo per giorni, a differenza di altre forme eliminate nell'arco di poche ore.
Cosa dimostra l'evidenza, senza entusiasmi
Alcuni studi condotti in Giappone hanno rilevato una minore incidenza di fratture nelle aree geografiche in cui il consumo di natto risulta più diffuso. Esistono trial sulla densità minerale ossea e ricerche sulla rigidità arteriosa che hanno prodotto risultati incoraggianti.
Il quadro complessivo rimane tuttavia in costruzione. Gli studi disponibili presentano spesso dimensioni limitate e riguardano popolazioni specifiche, e le linee guida internazionali non hanno formulato per la vitamina K2 raccomandazioni consolidate paragonabili a quelle esistenti per la vitamina D. Si tratta di un ambito promettente, non di una certezza acquisita, e presentarlo diversamente significherebbe abusare della fiducia di chi legge.
Un'avvertenza che riguarda la sicurezza
Chi assume anticoagulanti orali di vecchia generazione, come il warfarin, deve sapere che la vitamina K interferisce direttamente con l'efficacia della terapia. Questo non impone di eliminarla dalla dieta, ma richiede che l'apporto rimanga stabile nel tempo e che ogni modifica venga concordata con il medico curante. Variazioni improvvise, alimentari o da integrazione, possono alterare i valori dell'INR con conseguenze rilevanti.
Si tratta di un'informazione che nella divulgazione sui social scompare quasi sempre e che invece incide concretamente sulla vita di chi è in terapia anticoagulante.
Le alternative disponibili
Il natto non costituisce l'unica fonte. La vitamina K2 è presente nei formaggi stagionati e a pasta dura, tra i quali il gouda e alcune varietà erborinate risultano particolarmente ricchi, nel tuorlo d'uovo, nel fegato, nel burro proveniente da animali al pascolo e in quantità inferiori nei crauti e in altri prodotti fermentati.
La vitamina K1 delle verdure a foglia verde mantiene comunque la propria importanza, poiché una quota viene convertita nella forma K2, sebbene con efficienza limitata.
Cosa non si misura
Nella pratica clinica ordinaria la vitamina K2 non viene dosata, non esiste un esame di routine che ne valuti lo stato e chi propone dosaggi elaborati per giustificare un'integrazione compie un'operazione discutibile.
I parametri che si valutano, quando esistono indicazioni cliniche, sono la vitamina D, il calcio, il fosforo, il paratormone e, nei casi appropriati, la densitometria ossea.
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